L’Intelligenza Artificiale entra nel lavoro quotidiano, ma l’Europa procede a velocità diverse.26/8/2026 L’intelligenza artificiale sta diventando una componente sempre più comune della vita professionale nell’area euro. In appena due anni la percentuale di occupati che dichiara di utilizzare strumenti di AI sul lavoro è raddoppiata: era il 26% nel 2024, è salita al 41% nel 2025 e ha raggiunto il 52% nel 2026. È uno dei risultati più evidenti della Consumer Expectations Survey della Banca centrale europea, l’indagine mensile che raccoglie le valutazioni di circa 20 mila persone in undici Paesi dell’Eurozona.
Il superamento della soglia del 50% segna un passaggio importante: l’AI non è più uno strumento riservato a una minoranza di specialisti. Chi la utilizza lo fa, in media, per circa tre giorni alla settimana, segno che queste tecnologie stanno entrando con continuità nei processi di lavoro. La crescita quantitativa, tuttavia, non coincide ancora con una diffusione uniforme né con la piena capacità delle imprese di tradurne i benefici in risultati economici. Il divario dipende soprattutto da età e istruzione L’adozione varia sensibilmente tra le diverse categorie di lavoratori. Il tasso di utilizzo raggiunge il 61% tra le persone con un livello di istruzione più elevato, mentre si ferma al 37% tra chi possiede titoli di studio inferiori. Anche l’età incide in modo netto: come prevedibile, i lavoratori più giovani hanno una probabilità di utilizzare l’AI superiore di circa 20 punti percentuali rispetto ai colleghi più anziani. Non sembrano invece esserci particolari differenze sull'utilizzo, rispetto al sesso. Gli uomini dichiarano un impiego leggermente maggiore rispetto alle donne. Un dato, però, ridimensiona almeno in parte questi divari: dopo il primo accesso agli strumenti, la frequenza media d’uso diventa piuttosto omogenea e si colloca, nei diversi gruppi, tra 2,5 e 2,9 giorni alla settimana. Il vero ostacolo sembra quindi essere soprattutto l’avvio, più che la continuità dell’utilizzo. Tre ore risparmiate, ma la produttività non è automatica Per chi usa l’intelligenza artificiale, il vantaggio più immediato è il tempo. Il risparmio indicato dagli intervistati è pari a circa tre ore alla settimana. La distribuzione dei benefici è però molto ampia. Molti lavoratori registrano miglioramenti limitati, mentre una minoranza ottiene guadagni di efficienza nettamente superiori. L’impatto sull’economia nel suo complesso è più contenuto. Soltanto il 48,8% degli occupati dichiara infatti sia di impiegare l’AI sia di ottenere un effettivo risparmio di tempo. Estendendo il calcolo a tutti i lavoratori, la BCE stima un recupero complessivo pari a circa il 3,8% delle ore lavorate. Inoltre, il tempo liberato diventa produttività soltanto quando viene destinato a nuova produzione e quando l’organizzazione aziendale è capace di utilizzare la maggiore capacità disponibile. Le stime di lungo periodo restano quindi molto variabili. Secondo la BCE, nell’arco di dieci anni, il contributo dell’AI alla crescita annua della produttività potrebbe collocarsi tra lo 0,1% e il 3,4%. Un dato che appare piuttosto conservativo se confrontato con le dichiarazioni degli esperti di settore. Non tutti gli impieghi dell’AI sembrano produrre lo stesso risultato. La scrittura e la correzione del codice sono le attività con il risparmio di tempo più elevato, vicino alle otto ore settimanali. Si tratta però di un utilizzo ancora circoscritto, che riguarda circa l’8% dei lavoratori. Benefici significativi emergono anche nell’analisi dei dati, nell’automazione delle operazioni ripetitive e nella produzione di contenuti audio o visivi. Ricerca di informazioni, redazione e revisione dei testi sono molto diffuse, ma generano risparmi più moderati. Tra le categorie professionali i manager sono quelli che ricorrono più frequentemente all’AI, dichiarano il maggiore recupero di tempo e mostrano l’atteggiamento più favorevole verso questa tecnologia. Crescono l’uso e, insieme, le perplessità. Alla rapida espansione non corrisponde un miglioramento della fiducia. Nell’ultimo anno la quota di lavoratori che valuta positivamente l’impatto dell’intelligenza artificiale è diminuita dal 43% al 41%. Secondo la BCE, questa flessione può riflettere anche il clima economico più incerto. Chi giudica negativamente l’AI tende ad avere attese più pessimistiche sull’economia, teme maggiormente la perdita del posto di lavoro e prevede una dinamica più debole di redditi e dei consumi. L’atteggiamento verso l’innovazione, dunque, non dipende soltanto dalla tecnologia, ma anche dalla percezione della propria sicurezza economica e professionale. Il nodo decisivo è la capacità delle imprese di accompagnare il cambiamento. Nonostante i progressi, quasi un occupato su due non usa ancora strumenti di AI. Un terzo dei non utilizzatori li considera poco pertinenti rispetto alle proprie mansioni, altri preferiscono continuare con metodi tradizionali, dubitando dell’accuratezza e dell’affidabilità dei risultati oppure non la utilizzano perché non è messa a dispozione dal datore di lavoro. Ma esiste ancora una resistenza più marcata: il 41% dei lavoratori dichiara ingfatti di non essere interessato all’AI, percentuale che scende al 34% tra i manager. La leva principale per superare queste barriere è la formazione. Circa metà degli intervistati afferma che una maggiore conoscenza degli strumenti e una comprensione più chiara dei benefici potrebbero indurla a cambiare posizione ma le aziende sembrano aver colto solo in parte questa esigenza visto che solo una su due prevede investimenti formativi sull’AI nei prossimi dodici mesi, mentre l’altra metà non ha programmi in tal senso. Il potenziale per aumentare la produttività europea rimane quindi rilevante, ma non si realizzerà spontaneamente. Servono competenze, accesso semplice alle soluzioni, regole aziendali chiare e una revisione dei processi che consenta di impiegare in modo utile il tempo recuperato. La sfida non è soltanto diffondere l’intelligenza artificiale ma costruire organizzazioni capaci di trasformarla in valore concreto. |